L’amore più grande del mondo

Cosa ci ha insegnato Gesù riguardo ai sentimenti?
Cosa ci ha detto Gesù riguardo ai sentimenti che Dio prova?
Abbiamo visto, analizzando la parabola del Buon samaritano, che il sentimento che Dio prova nei confronti dell’uomo sofferente è la compassione; una compassione che si traduce in un contorcimento delle viscere, in un impellente bisogno di avvicinarsi, di farsi prossimo e di soccorrere l’uomo ferito.
Cosa possiamo dire invece dell’amore, ed in particolare dell’amore che Dio è capace di provare che Dio è capace di essere. Nella prima lettera di Giovanni è scritto: “Chi non ama non ha conosciuto Dio, perché Dio è amore”.
Se Dio è amore, come possiamo pensare a lui, rivolgerci a lui, parlare di e con lui, senza provare dentro di noi un po’ di questo amore? E se noi siamo stati fatti a immagine di Dio, allora anche noi in una certa misura siamo quell’amore che contraddistingue il nostro creatore. Perché non partire da quello che noi proviamo per indagare la natura di questo amore che tiene insieme tutta la creazione?
Se volessimo raccontare di questo amore tramite un canto, per esempio, saremmo tentati di utilizzare dei canti liturgici, che parlano espressamente di Dio; ma così facendo ci troveremmo a parlare di Dio usando dei canoni che sono al di fuori dalla esperienza diretta dell’uomo: parleremmo di idee di Dio o ripeteremmo ciò che ci dicono le scritture, che richiedono un atto di fede che non tutti sono pronti ad offrire.
Se anche noi come creature siamo capaci di provare amore, è proprio partendo da questo amore che si può tentare di indagare l’amore con la A maiuscola: amore che è Dio.
Cerchiamo allora di ascoltare delle canzoni che non hanno niente a che fare con la liturgia o con la religione in generale; canzoni che affrontano il tema dell’amore che l’uomo è capace di provare fisicamente. Come quasi sempre accade, questo amore è declinato nella situazione tipica di un uomo che si innamora di una donna o viceversa; ma è evidente che si potrebbe allargare a tutti i tipi di relazione che intercorrono tra gli esseri umani.
Esamineremo il testo di tre canzoni che, da un punto di vista diverso, affrontano il tema dell’amore che un uomo prova per una donna esaminando però ciò che accade nell’uomo, i cambiamenti che tale sentimento apporta alla propria esistenza, al proprio mondo esteriore ed interiore. Molte volte ci si concentra, infatti, sull’oggetto di questo sentimento, la donna amata, idealizzandola e facendo dipendere tutto da lei. Nei tre casi che vedremo, per motivi e ragioni diverse, gli autori si discostano, almeno parzialmente, dall’oggetto dell’amore, per concentrarsi sull’amore stesso ed analizzare ciò che questo sentimento provoca in loro.

Il maestro di violino – Domenico Modugno

La prima di queste canzoni è una canzone del 1976 di Domenico Modugno. La canzone in questione è la colonna sonora di un film che ha lo stesso titolo e che vede Domenico Modugno recitare la parte del protagonista, il maestro di violino, appunto. Questo maestro, in un momento della sua vita in cui non avrebbe mai pensato potesse accadere, si innamora inaspettatamente di una sua studentessa di trenta anni più giovane di lui. Questa differenza enorme di età, costituisce la condizione per cui l’uomo non si lascia semplicemente andare al sentimento slanciandosi verso l’oggetto di questo amore, ma si ferma e analizza drammaticamente la forza di questo moto dello spirito che cambia tutto il suo mondo interiore. La impareggiabile capacità interpretativa di Modugno conferisce al testo della canzone una forza impressionante che colpisce l’ascoltatore e fa risuonare quelle corde interiori che tutti hanno al loro interno, anche se nascoste da una “compostezza” di carattere che la vita ci obbliga a costruire.
Ascoltiamo la canzone per poi analizzare velocemente il suo testo:

 

Il maestro di violino

Che cosa mi sta succedendo?
una tenerezza che io non ho provato mai.
Lo so che mi sto innamorando
ma non ho il coraggio di confessarlo neanche a me.
Innamorato di te, ed ho trent’anni di più.
Tu, perché, guardi me? Hai capito già.
Io vorrei dirti che, forse tu lo sai.
Un bene segreto e profondo.
Una cosa dolce che io nascondo dentro me.
L’amore più grande del mondo
nato troppo tardi ormai per un uomo come me.
Innamorato di te, ed ho trent’anni di più.

Quando il protagonista si accorge che qualcosa dentro di lui sta cambiando, pone a se stesso una domanda: “che cosa mi sta succedendo?”
Evidentemente egli non è in grado di rispondere a tale domanda, per cui, la domanda stessa si apre fino a diventare preghiera: “che cosa mi sta succedendo” viene gridato nella canzone come a volerlo far salire fino al cielo per riuscire ad avere una risposta: l’uomo sembra scoprire una nuova parte di se stesso. La frase successiva chiarisce la natura della domanda: “una tenerezza che io non ho provato mai”; è lo stesso termine che viene usato spesso nella bibbia per descrivere ciò che Dio prova per il suo popolo. La tenerezza invade il cuore di un uomo che si riteneva ormai solido, padrone di se stesso, impenetrabile da certi sconvolgimenti che la vita può indurre nell’animo umano. Nasce anche la consapevolezza amara di aver vissuto gran parte della propria vita senza sapere di poter provare una tale sconvolgente tenerezza (“io non ho provato mai”).
Tutto questo scuote l’uomo, che arriva ad aver paura di ammetterlo, addirittura con se stesso, non ha infatti il coraggio di confessarlo, così lo canta nel segreto del suo mondo interiore che sembra esplodere. L’amara consapevolezza di avere 30 anni in più della ragazza oggetto del suo amore pone il sigillo all’incredulità che caratterizza la sua scoperta: egli prova tutto questo a prescindere dalla possibilità di coronare il desiderio che accompagna i movimenti del suo spirito. Nonostante questo egli chiama il sentimento “bene”, sente che è qualcosa di positivo, un bene appunto, anche se lo sente segreto e profondo, tanto da non poter essere in grado di spiegarlo agli altri (sarebbe stato scambiato per il solito tardone che si invaghisce per la giovinetta). Così questa cosa (non riesce ancora a definirla chiaramente) dolce la “nasconde dentro sé”. Alla fine, inevitabilmente, egli comprende il nome di ciò che sta provando, e lo dice chiaramente nella frase cantata più drammatica della canzone: “l’amore più grande del mondo, nato troppo tardi ormai”. La prima parte della frase indica la consapevolezza che questo sentimento ha la capacità di espandersi, di ingrandirsi sempre di più e di travolgere la vita dell’uomo, di cambiarla, di portarla verso un Oltre; la seconda parte della frase ricorda quella più famosa di Sant’Agostino: “Tardi t’amai, bellezza infinita, così antica e così nuova”, chiaramente rivolta a Dio ma che ha in comune la stessa intensità, tanto da far pensare che tale sentimento mantiene la stessa, a volte nascosta e sempre “nuova”, origine.

Il cielo in una stanza – Gino Paoli

La seconda canzone che esaminiamo è una canzone di Gino Paoli del 1960: “Il cielo in una stanza”.
In questa canzone l’autore descrive una situazione che è priva di tutta la drammaticità che contraddistingueva la canzone di Modugno; qui il fatto di essere spensieratamente felici in una stanza con la persona amata, la sicurezza di averla li con se, spinge Paoli ad esaminare liberamente tutto ciò che accade nel suo mondo interiore. Si avverte, infatti, una totale assenza di ansia e di disperazione che cedono il posto ad un abbandono totale alle sensazioni che si affacciano alla coscienza del giovane autore. ascoltiamo dunque la canzone per poi esaminarne il testo:

 

Il cielo in una stanza

Quando sei qui con me
questa stanza non ha più pareti ma alberi,
alberi infiniti
Quando sei qui vicino a me
questo soffitto viola
no, non esiste più.
Io vedo il cielo sopra noi
che restiamo qui
abbandonati come se non ci fosse più
niente, più niente al mondo.
Suona un’armonica
mi sembra un organo che vibra per te e per me
su nell’immensità del cielo.
Per te, per me: nel cielo.

La canzone inizia riconoscendo che tutto quello che accadrà dipende dal fatto che un “tu” è presente: “Quando sei qui con me…”: è come una introduzione che, introducendo, si distacca per lasciare all’autore la possibilità di esaminare il suo mondo interiore che sembra cambiare e rinnovarsi grazie a un tu ma che è, in ogni caso, il suo mondo interiore di sempre. Una stanza che non ha più pareti sembra simboleggiare la persona stessa che, circondata da pareti che la costringono in un mondo finito, ora si libera da tale recinto per espandersi e crescere smisuratamente e sorprendentemente: questa misura smisurata è rappresentata efficacemente anche dagli alberi che non sono alti ma infiniti, come l’albero che cresce dal seme piantato nel campo nella parabola di Gesù, che rappresenta il Regno di Dio, Regno che nasce da un seme piccolo ma la cui crescita non ha una fine.
Nella seconda strofa è detto qualcosa in più circa la presenza del “tu”: ” quando sei vicino a me, lo stesso vocabolo usato da Gesù per descrivere ciò che il samaritano fece quando vide l’uomo ferito: si fece vicino, prossimo, e la sua vicinanza guariva l’uomo. Ci vuole una vicinanza per far vibrare l’uomo di quelle frequenza amanti. Qui addirittura il soffitto non esiste più, un soffitto che ha solo il colore viola del cielo ma che non è il cielo. ed è proprio il cielo che l’autore riesce a scorgere sopra di sè, cielo che ha un valore simbolico chiaro ed evidente per tutti, si pensi solo alla frase comune “mi sembra di essere in cielo” che si usa per descrivere tali situazioni. I due restano lì, abbandonati a questa realtà come se non ci fosse niente più al mondo: una volta gustato il sapore di questo amore, tutto il resto passa in secondo piano, semplicemente è come se non ci fosse. Le cose normali e quotidiane si tingono di magnificenza, tutto è esaltato da questo potente sentimento: è così che una semplice armonica diventa un organo che vibra in questo cielo immenso che, miracolosamente, nonostante la sua immensità, riesce ad esistere in una stanza. Il regno dei cieli trasforma la finitezza dell’uomo e la rende capace di contenere l’infinito. Il titolo della canzone esprime già tutto questo: “il cielo in una stanza”. Non è l’uomo che raggiunge il cielo ma è il cielo che arriva all’uomo e lo abita li dove egli abita, nella sua stanza. L’uomo è capace di provare tutto questo a prescindere dalla scintilla che ha innescato il sentimento.
Un indizio di questo fatto può essere la storia che c’è dietro la canzone. Si potrebbe infatti pensare che tutto questo si è verificato perché l’autore era riuscito a conquistare una bella ragazza di cui si era innamorato e che quindi egli provasse tutte quelle cose come risultato di un traguardo finalmente raggiunto. La verità è che, stando alle parole dello stesso autore, il testo descrive l’incontro con una prostituta in un bordello di Genova riconoscibile dal “soffitto viola”. Questo fatto, che potrebbe sconvolgerci soprattutto dopo aver esaminato la profondità del testo della canzone, contribuisce a slegare tutto quel mondo di rivoluzione interiore dal soggetto che ne aveva innescato la scintilla: l’uomo è capace di amare in quella maniera, di provare quel sentimento immenso, per qualunque tu si avvicina ad esso, fino ad arrivare alla sorgente di quell’ “Amore più grande del mondo” che è Dio stesso.

A perfect day – Lou Reed

La terza canzone che esamineremo è una canzone del 1973 del cantautore americano Lou Reed. Il titolo italiano di questa canzone è “Una giornata perfetta”.
In questo pezzo l’autore sembra fare un ulteriore salto in avanti rispetto alle due canzoni già viste. Egli infatti esamina una giornata tipo trascorsa insieme alla persona amata, definendola, già nel titolo, una giornata perfetta. Eppure nel testo non si nota alcuna nota drammatica come accadeva nel “maestro di violino” e, neanche, vengono descritte scene poeticamente evocative come nel testo del “Cielo in una stanza”. Le fotografie che si susseguono sono rappresentazioni di scene del tutto quotidiane e normali che, in questa nuova consapevolezza dell’autore, vanno a dare forma a quello che lui avverte come perfezione. Ascoltiamola per poi analizzarne il testo:

A perfect day

Semplicemente una giornata perfetta
bere sangria nel parco
e poi, più tardi, quando fa buio
tornare a casa
Semplicemente una giornata perfetta
dar da mangiare agli animali nello zoo
e poi, più tardi, anche un film
e poi a casa

Oh, è una giornata così perfetta
sono contento di averla trascorsa con te.
Oh, una giornata così perfetta
Tu mi mantieni ricettivo, in attesa;

Semplicemente una giornata perfetta
i problemi messi da parte
turisti solitari di un fine settimana
è così divertente
Semplicemente una giornata perfetta
mi ha fatto dimenticare me stesso
ho pensato di essere un altro
una persona migliore .

Tu raccoglierai solo ciò che hai seminato.

Il testo della canzone inizia con l’avverbio inglese just, che indica la “semplicità” di tutto ciò che l’autore si accinge a descrivere; insieme alla semplicità, lo stesso avverbio vuole indicare la particolarità degli accadimenti: proprio, esattamente, realmente, un’enfatizzazione delle cose che appaiono “semplici” ma che vanno a costituire la perfezione del tutto.
E’ così che l’incipit iniziale sembra quasi un ossimoro: Semplicemente una giornata perfetta. Segue poi una prima serie di attività molto ordinarie se prese in se stesse: bere sangria nel parco, dar da mangiare agli animali allo zoo. Questi avvenimenti quotidiani indicano che la perfezione del momento non dipende dalle particolari circostanze, è una disposizione interiore che fa percepire la profondità delle cose e delle persone che ci circondano: non si tratta di sensazioni superficiali o collegate alla superficialità della esistenza; si tratta bensì di stati di vita che hanno le loro radici nella profondità dell’animo umano. una delle attività viene addirittura enfatizzata da un “anche”, come a dire: “perfino un film”; anche questo vedere un film diventa una cosa eccezionale. Inoltre la frase: “più tardi, quando fa buio, tornare a casa”, indica il fatto che l’autore è consapevole che, dopo tutta questa perfetta luce, può tornare il buio; a quel punto non si deve far altro che tornare a casa, alla normalità esistenziale che, da questo momento in poi, non sarà più tanto normale, perché il ricordo della perfezione provata farà sempre sì che l’anima tenderà a rivivere quei momenti, almeno a ricercarli sapendo che esistono.
A questo punto, nel ritornello della canzone, Lou Reed dimostra la sua genialità introspettiva e poetica: con una frase carica di tenera discrezione egli comunica alla donna che ha fatto scoccare la scintilla di tutte quelle sensazioni, che le sensazioni che egli ha provato, e la stessa perfezione della giornata in sé, non erano dipese totalmente da lei, non erano collegate a lei e non erano generate né sostenute da lei. Egli dice: “sono contento di aver trascorso con te questa giornata perfetta”; egli sente che la perfezione di tutti quei momenti risiede in lui e non è direttamente collegata alla sua compagna e, dolcemente, sceglie di condividere con lei l’esperienza: l’amore allora diventa un dono che si condivide con la persona che si ama, ma non dipende da lei; questo libera l’amante e l’amata e li rende capaci di condividere tutte le sensazioni che, allora, diventano sublimi.
Addirittura l’autore è capace di descrivere con un aggettivo tutto inglese ciò che la donna ha operato in lui: “you just keep me hanging on”. “Tu mi mantieni hanging on”, dove hanging on deriva dal verbo to hang on che significa “attendere in linea”, mantenere la cornetta sollevata per attendere qualcuno o qualcosa; restare dunque in attesa, aperto, ricettivo: la donna cui si riferisce Reed non ha fatto altro che operare in lui una apertura, uno stato di ricettività che gli ha reso possibile il percepire la perfezione di situazioni che, altrimenti, sarebbero restate “normali”. Si capisce allora che se anche Domenico Modugno fosse arrivato a questa consapevolezza, tutta la drammaticità della situazione sarebbe sparita lasciando il posto ad una consapevolezza libera e gratificante in sé.
Nella seconda e terza strofa sono descritti altri effetti che questa perfezione produce nella vita di questa coppia. “I problemi sono messi da parte”, è presente la coscienza che tali problemi restano, non spariscono nel nulla, ma sono messi da parte, si relativizzano, non riescono ad inquinare la perfezione del momento, proprio perché essa è indipendente dalle circostanze esterne.
Alla fine l’autore aggiunge che tale giornata gli “ha fatto dimenticare se stesso”, fino a pensare di essere un’altra persona, una “persona migliore”. Qui c’è, chiaramente, l’allusione ad un cammino che la persona compie: si passa dall’essere consapevole della propria inadeguatezza (“…ed ho trent’anni di più” di Modugnno), al dimenticarla, fino a scoprire di poter cambiare, diventare qualcuno migliore, mantenendo però l’umiltà di riconoscersi sempre migliorabile (Reed riesce con maestria a rendere questa idea dicendo che egli ha “pensato di essere una persona migliore”).
La canzone termina con una frase che è un’assoluta sorpresa, come una spiegazione inattesa che l’autore dà al tutto:
“Tu raccoglierai solo ciò che hai seminato”.
Ciò sta a significare che quella giornata perfetta, oltre e prima di essere un punto di partenza verso una vita più piena e colma di speranza, è un punto di arrivo di un cammino che ha portato a quella sorta di liberazione interiore. Bisogna passare per tutte quelle esperienze esteriori e interiori che le canzoni hanno proposto, esaminando i nostri stati interiori e le ripercussioni che le nostre scelte hanno in noi e negli altri.
Se esaminiamo l’amore che ci ha accompagnato e ancora lo farà nella nostra vita, scopriremo un minimo comun denominatore: il fatto che quell’amore è dentro di noi perché siamo fatti a immagine e somiglianza di Dio, che è amore; le persone che incontriamo possono risvegliare in noi questa capacità di amare ma non saranno mai esse le cause prime di quell’amore e non potranno mai saziare pienamente la nostra dipendenza da quell’amore che ci ha creati e che ci vuole uguali a Lui.

Cosa c’entra il silenzio con il tempo?

Nei periodi di meditazione e preghiera, ho notato una connessione tra il silenzio ed il tempo che non è del tutto scontata. Mi sono accorto, infatti, che più il silenzio è profondo e più il tempo rallenta, fino a sembrare che si fermi e si condensi in quella che in inglese è chiamata”stillness” e che si potrebbe tradurre con “immobilità”. L’immobilità del corpo corrisponde all’immobilità del tempo, entrambi immersi nelle profondità del silenzio. Il respiro ritmico e rilassato sembra un orologio che scandisce sempre lo stesso istante; il tempo non ha più altre declinazioni che il presente: passato e futuro non hanno più senso in questa immobilità generale. A volte sembra che tutto potrebbe risolversi lì, che nessuna discontinuità possa ormai alterare quello stato; e forse avviene proprio così: forse quella stasi, quella pace, invade tutta la vita ed anche se apparentemente si emerge da quello stato, il modo di essere non è più lo stesso.

Il silenzio, dunque, contribuisce a rallentare il tempo facendolo espandere, e questo crea una modificazione anche nello spazio interiore: questo si allarga, diventa ampio e pronto ad accogliere la presenza di chi non è contenibile in un luogo stretto e pieno di rumori. L’assenza totale di tutto può essere abitata dal Tutto. Nel profondo dell’esistenza si scopre un mondo che sa di eternità e di cui non si conosce niente perché tutto, in esso, sembra essere eternamente nuovo. Soprattutto, questo mondo, ha in sé la sicurezza di essere reale, più reale di quello in cui solitamente ci si muove. E’ come se l’essere sapesse di appartenere a quel silenzio e a quella pace piena di infinite sonorità. Nonostante questa sensazione originaria, si percepisce, forte, la tendenza a ripiombare nella lontananza, nella discontinuità, nel rumore temporale delle proprie faccende. Ma una nuova nostalgia anima l’intimo della quotidianità; una nuova consapevolezza di essere non più solo, non mai solo.